NAPOLI. Turista nella mia città tra leggende e misteri

June 10, 2016

Quanto sei bella Napoli quando il sole si specchia nel mare...

 

In un pomeriggio di maggio mi sono ritrovata a fare la turista a Napoli

Scelta volontaria e desiderio di vivere in allegria qualche ora insieme ad un po' di amici convocati per l’occasione.

Lo sanno tutti quelli che mi conoscono: sono un'esterofila incallita ma una città bella come Napoli merita un'attenzione speciale. Che io, in verità, troppo spesso le faccio mancare.

Così, in cinque, appendice di un gruppo molto più numeroso, abbiamo partecipato ad un particolare tour esoterico organizzato dall'Associazione NonsoloArt che prevedeva un affascinante itinerario tra quartieri, leggende, antiche storie, diavoli, fantasmi, vicoli e vicarielli del Centro Storico della città.

Non so voi ma io vado matta per queste cose. Quando poi gli aneddoti si condiscono di dettagli e collocazioni fisiche e temporali, mi si invita proprio a nozze e mi si stampa il sorriso sulle labbra.

Appuntamento a Piazza Santa Maria la Nova. Partenza dall'omonimo Complesso Monumentale iniziando proprio con la visita alla chiesa voluta da Carlo D’Angiò nel 1200, e al chiostro maggiore che ha una pianta quadrata ed è circondato da bellissime decorazioni. Il motivo della visita? Pare che nel chiostro sia sepolto il Conte Dracula.

Ebbene si. Secondo un gruppo di studiosi universitari estoni, Vlad III di Valacchia non morì in battaglia ma fu fatto prigioniero dai turchi e sua figlia Maria Balsa, adottata da una donna napoletana e data in sposa al conte Giacomo Alfonso Ferrillo, riscattò suo padre e lo portò in Italia, facendolo seppellire, alla sua morte, proprio a Napoli. Solo per caso, una studentessa napoletana, andando a fondo nella storia per la sua tesi di laurea, si è soffermata su quei particolari “simboli esoterici” – pesci di matrice egizia e due dragoni - realizzati su una tomba appartenente, guarda caso, proprio alla nobile famiglia dei Ferrillo e appunto attribuita a Dracula.

Usciti da Santa Maria la Nova abbiamo imboccato via Donnalbina, proseguendo fino a un luogo di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza: Palazzo Penne, a Largo Banchi Nuovi, meglio noto come il Palazzo del Diavolo.

La facciata è davvero bella e riporta sia lo stemma degli Angioini che quello di Antonio Penne.

Pare che a costruirlo sia stato il Diavolo in persona, su commissione di Antonio Penne, segretario del Re di Napoli Ladislao di Durazzo, agli inizi del Quattrocento. La storia racconta che Penne fosse perdutamente innamorato di una bellissima ragazza che avrebbe acconsentito a sposarlo solo qualora fosse riuscito a costruire un palazzo in una notte. Così, per conquistare la sua amata, Penne chiese al Diavolo in persona promettendogli l’anima non prima però di avergli fatto firmare una clausola nel loro contratto: Penne avrebbe ceduto la sua anima solo se il Demonio avesse contato tutti i chicchi di grano sparsi nel cortile del palazzo. Ma ad opera finita e al momento della prova, Penne cosparse di pece alcuni chicchi facendo miseramente fallire il Demonio nel suo conteggio. Preso dall’ira, Belzebù si scagliò contro Penne che si fece il segno della croce. Questo gesto aprì una voragine nel cortile, il Diavolo vi sprofondò e Penne chiuse per sempre quel pozzo, ancora oggi presente all’interno dell’antico palazzo rinascimentale. 

La storia, per la verità, mi ha lasciata incantata dinanzi al palazzo per diversi minuti, tanto che tra racconto e atmosfera mi sono persa pure il gruppo. Li ho raggiunti poco dopo a Largo Ecce Homo, nel quartiere San Giuseppe, che ha dedicato a Pino Daniele una strada e anche un bel murales.  

Raggiunta la Basilica di San Giovanni Maggiore è venuta fuori la storia del Munaciello.

Storia d’amore e di tristezza sotto il regno di Alfonso V d’Aragona, tra il bel garzone Stefano Mariconda e la ricca Caterinella Frezza. Un amore osteggiato dal padre di lei e che costringeva i due a vedersi di nascosto su un terrazzo buio proprio al quartiere Mercanti (Banchi Nuovi). Una notte il giovane fu ucciso e la sua amata, in attesa di un bimbo, pazza di dolore, trovò rifugio in un monastero. Il bambino nacque con una malformazione e Caterinella, per questo, gli fece indossare sempre un saio tanto che il popolo iniziò a chiamarlo “o Munaciell”. Il ragazzino, deriso da tutti, una notte scomparve. Nessuno ne ebbe più notizia e molti giurano d’averlo visto vendicarsi per le angherie subite proprio come uno spiritello matto che si insidia nelle case per combinare dispetti.

Ma sul Munaciello, a dirla tutta, girano anche altre storie e pure più divertenti. Sapete bene che Napoli, nel sottosuolo, è piena di cunicoli e reticoli. Gli antichi Romani utilizzarono le cave di tufo per realizzare l’acquedotto ma la città divenne enorme e quel sistema si trasformò nella fognatura partenopea, curata dai “pozzari”, uomini vestiti con un mantello monacale col cappuccio per ripararsi dall’umidità. I pozzari si occupavano della rete idrica ma...con delle incisioni nei muri, riuscivano ad entrare nelle case dei nobili. E sembra che le ricche donne dell’epoca, annoiate dal lusso e dallo sfarzo, trovarono spesso in questi pozzari una piacevole compagnia.

La storia racconta che quando i pozzari rientravano nelle fognature, portavano via oggetti di valore. E le nobildonne, sedotte e derubate, senza riuscire a spiegare ai mariti queste sparizioni...dicevano che era passato il Munaciello...!

La passeggiata è proseguita fino a Piazza San Domenico Maggiore, tra le più belle e importanti di Napoli, cuore del suo centro storico. E qui...vai con una delle storie d'amore più struggenti della leggenda napoletana.

Lei, Maria D’Avalos, donna bella e irresistibile, andò in sposa a suo cugino il principe Carlo Gesualdo da Venosa. Un matrimonio d'interesse che portò, in poco tempo, la bella Maria tra le braccia del Duca D’andria, il fascinoso Fabrizio Carafa. Travolti dalla passione, i due amanti furono scoperti nel letto coniugale dal marito di lei che – fingendosi ad una battuta di caccia – rientrò a Palazzo e li uccise. All’aba del giorno seguente, Carlo adagiò il corpo straziato di Maria all’ingresso del palazzo per dimostrare al popolo di aver difeso il suo onore. Ma fu costretto a rifugiarsi nella fortezza di Gesualdo per sfuggire alla vendetta delle famiglie D’Avalos e Carafa. E Maria? Sembra che da allora la sua anima vaghi tra il portone del palazzo (Ex Palazzo di Sangro dei Principi di Sansevero, oggi Palazzo Corigliano e sede dell’Università Orientale) e l’obelisco di Piazza San Domenico Maggiore in cerca del suo amore Fabrizio. In molti giurano di sentire ancora il suo pianto...

Ancora qualche passo, all'angolo dell'Università Orientale e nel cuore di Mezzocannone, ed ecco una nuova storia. Quella di Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina, figlie del Barone Toraldo che, per non disperdere il suo patrimonio, col permesso del Re Roberto D’Angiò riuscì a dare in sposa la primogenita, Donna Regina, a Filippo Capece. Regina però scoprì che le sue sorelle erano segretamente innamorate del giovane Capece. E quando Romita e Albina confessarono alla sorella maggiore questo amore, sostenendo che avrebbero scelto la via monacale rinunciando a quel sentimento, Regina confidò loro di aver fatto la medesima scelta perché Capece non l’amava. E dinanzi al dipinto del padre defunto, Regina spezzò lo scettro paterno consacrando la fine della nobile famiglia Toraldo.

La gente di Napoli racconta che le anime disperate, e innamorate, delle tre belle donne vaghino tra le antiche vie di Mezzocannone alla ricerca dell’amato mai avuto, e del perdono del padre. E Napoli le ricorda con tre luoghi: via Donnalbina vicino a Piazza Matteotti, via Donnaromita e Largo Donnaregina in prossimità del Duomo.

A San Domenico ci siamo inevitabilmente lasciati distrarre dalla bellezza della piazza, dal brulichio delle persone per strada, dalle sfogliatelle e i babà nella vetrina di Scaturchio, dal profumo delle pizze e del ragù dei ristoranti lì intorno e...dalla ritmo divertente di un gruppo di ragazzi che suonava uno strano e originale "strumento musicale"....

Note di colore che mi hanno fatto apprezzare ancora di più la mia città.

Ed eccoci alla fine: a Largo Corpo di Napoli, un piccolo gioiello dei Decumani, dove c’è un grande blocco di marmo che regge la figura del Dio Nilo che imbraccia una cornucopia adornata di fiori, simbolo della fertilità legata al Nilo. Con un bimbo al suo capezzolo, una mano nascosta dai resti di una piccola sfinge - per ricordarne il luogo di provenienza – e un coccodrillo, decapitato, ai suoi piedi.

La statua fu eretta dai coloni del Nilo nel periodo Greco-Romano e i napoletani non ne furono infastiditi. Ma miti, leggende e culti paralleli portarono alla decapitazione della statua che fu sperduta per secoli. Finché nel Medioevo fu ritrovata ma, non avendo più la testa, e per la presenza del bimbo al seno, fu scambiata per una donna. Solo col tempo ne fu riconosciuta l’identità e fu adagiata sul sedile di marmo su cui ora si trova. Il dettaglio più importante è che i napoletani si convinsero che quella divinità fosse stata posta esattamente al "centro" della città. E per questo motivo le diedero il nome del Largo Corpo di Napoli.

La statua diede il nome anche alla Chiesa Sant'Angelo a Nilo e, nella vicina via San Biagio dei Librai, alla Chiesa San Nicola a Nilo. Che poi, partendo dalla piazzetta e imboccando via San Biagio, si arriva in pochi minuti alla via dei presepi, via San Gregorio Armeno, e fino a via Duomo. 

Ma questa, viaggiatori....è tutta un’altra storia! 

 

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Melania Bifaro | Giornalista | Travel Blogger

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